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Il Messaggero: Roma, donna muore per una trasfusione infetta: il figlio risarcito con 330mila euro

Roma, 21 settembre 2017.

Lei è morta nel 2009, un anno dopo aver scoperto di avere l’epatite C causata da trasfusioni di sangue infetto risalenti addirittura al 1971. Nei giorni scorsi il  Tribunale di Roma ha condannato il ministero della Salute a risarcire il figlio della vittima – deceduta a 62 anni –  con 330mila per il “danno morale” per la perdita di prossimo congiunto. Nel caso della signora di Roma, fra l’altro, la clinica “Villa Claudia”, dove sono avvenute le trasfusioni fra maggio e giugno del 1971, aveva smarrito le cartelle cliniche.

«Erano presenti solo alcuni fogli del ricovero – spiega l’avvocato Renato Mattarelli che ha assistito il figlio della donna – e abbiamo ricostruito con le prove presuntive la sussistenza dei diversi eventi trasfusionali  sulla scorta del principio giuridico della “vicinanza della prova”». Vale a dire che «spetta alla struttura sanitaria custodire e rilasciare copia della cartella clinica e lo smarrimento non può ricadere sul paziente, in questo caso l’erede,  che avendo l’onere di provare le trasfusioni, si trova così nell’impossibilità di dimostrare a somministrazione di sangue perchè colui, contro il quale agisce ha perso la prova. Se così non fosse, per non essere condannati, sarebbe sufficiente per medici e strutture sanitarie perdere o distruggere la documentazione sanitaria».

Quello del sangue infetto è un scandalo italiano a cavallo tra gli anni ’70 e ’90, l’epatite C è noto come “killer silente” perchè la malattia può manifestarsi anche dopo oltre 30 anni dalle trasfusioni. In quello stesso periodo i farmaci emoderivati – per i quali venne usato sangue infetto – fecero migliaia di vittime tra gli emofilici. Il Ministero della salute rileva, comunque, che  da oltre dieci anni non ci sono contagi legati alle trasfusioni in sé, mentre si registrano vicende – come mesi fa in provincia di Agrigento – dovute alle scarse condizioni igieniche.

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